#laveritàèunviaggiodoloroso

IMG_1864.JPGIlaria Cucchi

Ilaria Cucchi minacciata di morte da esponenti della Lega o da elementi vicini alle forze dell’ordine.

La stessa Ilaria che è arrivata persino in una sede di Casa Pound a parlare della storia del fratello Stefano e di diritti civili.

La stessa Ilaria che in molteplici interviste rilasciate, sempre con toni moderati ma decisi, ha sostenuto l’importanza della sua battaglia, che non è solo la battaglia del defunto fratello, morto ingiustamente di botte in una notte del 2009 ad opera di due carabinieri ( sarà un terzo carabiniere presente al fatto che, dopo anni di omertà e tentativi di depistaggio ad opera di alti incarichi dell’Arma e della politica, confesserà tutto) ma è la battaglia di tutti, uomini e donne che sbagliano o meno, ma che in una caserma dei Carabinieri meritano la protezione totale, o comunque non una morte lenta e dolorosa perpetrata solo per diletto e abuso di potere.

È la battaglia della verità che riguarda tutti, anche l’Arma stessa, che non può tutelare un’ingiustizia.

#laveritàèunviaggiodoloroso.
…a volte.
Donne come Ilaria lottano affinché questo non avvenga più o, data l’utopica realizzazione in toto di questo concetto, affinché diminuisca la sofferenza che porta alla scoperta della verità.
Perché la verità fa male, ma è necessaria.
È necessaria per i nostri figli, per i nostri progetti, per le nostre vite in generale e serve a noi stessi per non mollare e continuare a credere che essere persone corrette sia la cosa giusta da fare.
Serve alle stesse autorità smascherate a far si che la loro autorevolezza sia continua e riconosciuta  in nome dei valori della divisa che portano, e non ad un’omertà che non rispecchia le divise e i ruoli di comando che indossano o ricoprono.
Donne come Ilaria vanno sostenute e prese d’esempio, perché ci dimostrano che la verità è sempre più forte della menzogna, che la vita (anche quella giudicata indegna di Stefano perché dipinto solo come un delinquentello e non come un uomo che meritava di essere tutelato in una caserma e giudicato solo dopo in sede legale)…la vita è sempre più forte dell’omertà, delle botte e della morte.
The FAm
#mangiascriviama

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DALLE PAROLE AI FATTI: ecco perché il “Modello Riace” non piace (a chi non sa agire)

IMG_1699.JPG“La Guardia di finanza ha arrestato e posto ai domiciliari il sindaco di Riace, Domenico Lucano, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. L’arresto è stato fatto in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica. Sono cadute tutte le contestazioni più gravi inizialmente ipotizzate dalla procura di Locri, fra cui malversazione, truffa ai danni dello Stato e concussione, e in un passaggio del provvedimento del gip di Locri si legge che “La gestione dei fondi è stata magari disordinata, ma non ci sono illeciti e nessuno ha mai intascato un centesimo.” Al sindaco e alla compagna, Tesfahun Lemlem, destinataria di un divieto di dimora, viene contestato di aver forzato le procedure per permettere ad alcune ragazze di restare in Italia, attraverso matrimoni di comodo. Per il momento non si sa quanti siano gli episodi contestati.” (The vision, pubbl. 11:03 dell’1/10/2018).
Avete mai fatto un giro per le strade di Riace? Quello che tempo fa era solo un paese semi-deserto, quasi fantasma, oggi pullula di risorse e vitalità civile all’interno di un contesto rurale di rinascita in cui integrazione ed economia in ripresa la fanno da padrone.
Così, in modo assolutamente sintetico, voglio spiegarvi quello che è Riace oggi ,in un momento di politica atta spesso all’allarmismo ingigantito e che cavalca l’impatto delle fake news sulle masse, Riace rappresenta la dimostrazione in terra che un altro modo di risolvere le emergenze umanitarie esiste: non serve lasciare al largo per giorni barconi stracolmi di uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre, usandoli come “armi di ricatto” per ottenere attenzione e considerazione politica all’estero.
Il sindaco Mimmo Lucano, al suo terzo mandato, già nel lontano 1998 (parliamo di 20 anni fa, quando l’effetto Salvini sulle masse era latente ma ancora lontano dall’esplodere) accolse un gruppo di rifugiati curdi e anziché smistarli come carne da selezionare, li accolse e fece integrare all’interno di un contesto cittadino al tracollo demografico ed economico: li sistemò con l’aiuto della Croce Rossa nella Casa del Pellegrino, un rifugio del Paese gestito da un’associazione religiosa e da lì…la svolta.
Se allora Riace contava circa 900 abitanti, da quel lontano 1998 la popolazione è quasi raddoppiata; -sarà pieno di immigrati!- penserete, e invece no. Gli stranieri sono circa 400, meno della metà, mentre la restante parte è costituita da italiani rientrati nel loro paese d’origine, invogliati da una ventata di aria fresca umana e di ripresa monetaria.
Si, perché il “sistema Riace” fa parte del sistema Sprar (Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati). L’accoglienza in Italia opera su due livelli: c’è il sistema degli hotspot e dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), nati per sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti dagli enti locali. Questa fase è gestita dalle prefetture locali, che seguono le direttive del Ministero dell’Interno. La seconda fase di accoglienza è invece quella relativa al sistema Sprar, una forma unicamente italiana basata sull’adesione volontaria dei Comuni a progetti di accoglienza sul territorio. Il modello Riace fa parte di questo secondo livello, sebbene non sia l’unico: i dati di luglio evidenziano che oltre 1200 comuni italiani hanno aderito al sistema con diversi progetti. Quella di Riace è però senza dubbio una delle realtà più strutturate ed è anche per questo che nel corso degli anni ha fatto il giro del mondo.
Se infatti molte iniziative di questo tipo in giro per l’Italia mascherano forme di sfruttamento, chiedendo agli immigrati un lavoro “volontario” e non retribuito, a Riace il lavoro è tale a tutti gli effetti, stipendiato. Il team del sindaco Lucano ha infatti messo in piedi un sistema alternativo per utilizzare i fondi stanziati dal governo per l’accoglienza dei rifugiati. Sono stati creati due strumenti finanziari ad hoc, attraverso cui superare l’approccio meramente assistenzialista dell’accoglienza. Le “borse lavoro” costituiscono una paga fissa versata dall’amministrazione comunale alle cooperative che a loro volta la girano alle persone immigrate impiegate nelle botteghe da loro gestite, sotto forma di salario. I “bonus” sono invece una sorta di coupon spendibili sul territorio comunale, così da dare potere di acquisto agli immigrati e allo stesso tempo stimolare i consumi e dunque l’economia locale.
Camminando per le strade di Riace è tutto un susseguirsi di botteghe di artigianato del luogo e multietnico, strade colorate di volti diversi ma legati da un senso comune di appartenenza non ad un semplice territorio, ma ad un luogo da chiamare “casa” senza distinzioni di colore, lingua o religione.
È così che Riace è diventata famosa in tutto il mondo e non solo per essere stata il luogo di ritrovamento dei famosi bronzi, ma anche e soprattutto per un esempio di convivenza civile e multiculturale quasi utopica al giorno d’oggi, e grazie al coraggio di un uomo come Lucano che con gesti d’amore semplici e concreti l’ha resa reale e possibile.
Il sindaco di Barcellona, De Magistris, Saviano, la Rai (che realizzerà una fiction ispirata ai fatti di Riace che non verrà però poi mandata in onda) giungono in visita a Riace e lo stesso Papa Francesco cita Lucano come “esempio da seguire”, mentre la rivista Fortune nel 2016 lo inserisce fra i 50 uomini più influenti del mondo.
Tutto questo clamore che, da calabrese, mi rende fiera perché per una volta nel mondo veniamo citati come esempio positivo e di sguardo al futuro, porta inevitabilmente il modello Riace ed il suo principale ideatore ad essere malvisto da chi specula sul fenomeno dell’immigrazione, e con la giustificazione della sicurezza o del “ci rubano il lavoro” tentano di manipolare le menti al fine di sporcare di brutto un’iniziativa che meriterebbe solo lodi.
Prima ci si è messa la criminalità organizzata locale: l’auto del sindaco bruciata, la porta del ristorante gestito dalla cooperativa colpita con proiettili, fine destinata anche all’ingresso della sede di Città futura (questo il nome dato al progetto d’accoglienza del comune). Poi le intimidazioni velate della politica, su tutte quelle del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “Per me il sindaco di Riace è uno zero,” ha dichiarato a giugno.
Ma i veri problemi hanno riguardato la questione dei fondi. Da anni, infatti, i soldi del programma di finanziamento governativo non arrivano nelle casse dell’amministrazione locale e le attività vanno avanti a credito. “Dal maggio 2016 non riceviamo un euro dalla Prefettura, per lo Sprar invece non arrivano fondi da un anno,” ha spiegato Mimmo Lucano. Senza quei fondi, c’è il rischio che finiscano in strada 165 rifugiati e circa 80 operatori. Altri problemi potrebbero poi riguardare anche i cittadini – italiani –  di Riace che hanno fornito beni, prevalentemente alimentari, e da più di un anno non si vedono pagato il credito accumulato, a causa proprio del blocco dei finanziamenti.
Tutto nasce da questioni burocratiche. Nel 2016 un ispettore della Prefettura di Reggio Calabria compila una relazione sul modello di accoglienza del paese, dando una valutazione negativa per criticità negli aspetti amministrativi e organizzativi. È in quel momento che inizia la crisi di Riace, che passa dal blocco dei finanziamenti e dall’iscrizione del sindaco nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata. Si parla di errori nella rendicontazione delle attività di accoglienza e si contestano le modalità di erogazione dei soldi agli abitanti stranieri del paese – il sistema delle borse lavoro e dei bonus. Eppure è la stessa Prefettura di Reggio Calabria che in due ispezioni successive – datate inizio 2017 ma diffuse solo nel febbraio del 2018 – ribalta la sua relazione precedente. “Si ritiene che l’esperienza di Riace sia importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene della regione,” è scritto nelle conclusioni, dove si richiede anche il versamento all’amministrazione locale degli arretrati in acconto.
Si arriverà anche a gesti estremi (il recente sciopero della fame dello stesso Lucano) per portare ad uno sblocco (parziale e non totale al momento) dei fondi.
E ad oggi oltre il danno, la beffa.
Ora, se Lucano è un criminale, lo sono anche io. Così come lo sono tutte quelle persone che credono nella politica dell’accoglienza e dell’integrazione umana. C’è solo una sostanziale differenza fra Lucano e tutti quei predicatori che si riempiono la bocca di belle parole nei salotti televisivi e nei comizi autocelebrativi nelle Piazze: Mimmo Lucano è un uomo che agisce, che concretizza progetti di inclusione e bellezza sociale laddove molti ipotizzano catastrofi ai limiti del razzismo.
E questo, nel periodo del “prima gli italiani” anziché “con e per gli italiani” non può funzionare.
O meglio…non gli permettono di farlo funzionare.
Perché il punto è davvero tutto qui: il modello Riace funziona, e alla grande! E quindi va cancellato.
Resettato, fatto fuori, e se è necessario anche sporcato di vergogna (l’arresto di oggi ne è una valida dimostrazione).
In molti in queste ore si stanno mobilitando con iniziative di solidarietà al sindaco ed io mi auguro che in primis un atto di coraggio e lealtà politica venga proprio da quelle istituzioni che lo hanno biecamente ed ingiustamente condannato o, peggio ancora, abbandonato.
“Svegliatevi italiani, brava gente…” tiriamo fuori un onore di uomini leali e dignitosi e non giriamo la faccia dall’altra parte rispetto ad un’accusa così grave ed infamante gettata sul capo di un uomo onesto e di larghe vedute che ha solo due “colpe”:
– non averlo mai chinato, quel capo;
– Essere riuscito laddove l’Europa capitalista e dimentica dei bisogni umani ha fallito.
Per una volta, cerchiamo di essere quello che a parole ci dipingiamo tutti: delle persone corrette. E dimostriamo pieno appoggio a Lucano, alle sue iniziative e alla sua persona.
Tiriamo fuori il Mimmo Lucano che c’è in noi e, almeno oggi, passiamo dalle parole ai fatti.

The FAm
#mangiascriviama
(Grazie ai colleghi del blog “the Vision” dal cui articolo sull’argomento abbiamo attinto per i dati relativi a questa triste vicenda)

LA PAURA DELLA PAURA… O DEL CORAGGIO?

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In questi giorni imperversa sul web e non solo la polemica relativa alle dichiarazioni di Nadia Toffa  in merito alla sua personale battaglia contro il cancro che da un anno circa a questa parte la sta mettendo a dura prova.

“Personale” è il termine chiave di tutto, secondo me. 

Ma su questo tornerò più tardi.

Nadia, donna intelligente e dinamica tanto nel lavoro quanto nella vita (immagino, dato il carisma dimostrato sia in questo caso che nei servizi de “Le iene” che l’hanno vista protagonista) è stata aspramente criticata per una dichiarazione in particolare, quella dove sosteneva che il “cancro sia un dono”.

D’istinto, ci verrebbe da dire “Nadia, ma che cazzata stai a di’?”… e vi giuro che devo averlo anche pensato ad alta voce mentre leggevo i vari articoli… e allora eccola lì, la sensazione di fastidio che ci autorizza a sentirci superiori, a sindacare sulle affermazioni di questo e di quello, a fare paragoni con Tizio e Caio, che tutti abbiamo avuto una persona a noi più o meno cara, se non addirittura noi stessi, a cui questo male terribile è capitato così, all’improvviso, e ci ha devastato, ci ha dilaniato, lasciandoci più o meno impotenti di fronte all’inconsistenza delle cure che purtroppo a volte non bastano (ma servono sempre!) oppure ha generato in noi una rinnovata voglia di vivere che era sopita dal ripetersi dei giorni tutti uguali…insomma, chi più chi meno, tutti abbiamo avuto a che fare col cancro e tutti ci siamo sentiti “pungolati” da questa affermazione così dirompente.

E mentre seguivo il filo conduttore dei miei pensieri, mi sono ricordata che la “fonte” di questa frase era non solo Nadia Toffa, il personaggio televisivo, ma anche e soprattutto Nadia, malata (e non per sua scelta!) di cancro, quello stesso cancro che lei andava definendo un dono.

E allora mi sono chiesta: “perché?”; e cercando il più possibile di sviscerare il ragionamento che ne è conseguito da influenze personali, mi sono data una risposta: forse chi si sente in grado di dire una cosa del genere, nonostante stia combattendo una battaglia contro la morte, sceglie inevitabilmente di trasformarla in una battaglia per la vita. Forse associare un concetto di speranza a queste cure che per fortuna oggi esistono e spesso vincono, ti regala una forza che scaturisce da un amore per la vita che nemmeno sapevi di avere. Se la vedi come una seconda possibilità, forse ti senti più forte e pensandoci bene, Nadia non è né la prima né l’ultima di tanti come lei che sono stati colpiti dalla malattia, a definire questa cosa come un dono, una possibilità, quasi una risorsa.

Tempo fa lessi un libro “L’albero dei mille anni” di Pietro Calabrese, famoso e compianto giornalista, colpito da un brutto cancro ai polmoni, che scelse di “combattere il nemico alleandosici”: creò una rubrica sul periodico “Sette” dedicata all’amico Gino in cui iniziò a raccontare la sua storia di lotta e coraggio. Da questa iniziativa partirono una serie di messaggi e mail di conforto che gli diedero una forza che lo portò a sentirsi grato di tutta questa bellezza nata da una cosa così brutta.

Pietro racconta con una semplicità disarmante e allo stesso tempo avvincente il dramma di quel periodo, dalla scoperta alla presa di coscienza, al modo più delicato di affrontarlo e rendere partecipi gli amici e parenti, dalle notti insonni ai dolori lancinanti che flagellavano un corpo già dilaniato dalla chemio, fino alla rivelazione: durante una vacanza in Kenya grazie ad una pausa dalla chemioterapia, Pietro, in compagnia della moglie e di un amico, si reca in un posto carico di energia spirituale e sacro per gli abitanti del luogo, sotto un albero di baobab vecchio migliaia di anni e lì l’amico, dopo avergli comunicato il messaggio positivo e carico di sollievo contro la paura della morte che “loro” (entità superiori della natura) gli avevano trasmesso per lui, lo convince a masticare una foglia di neem (pianta guaritrice famosa in Africa).

È così che Pietro, dopo questo episodio, decide di descrivere la sua esperienza ed è sposando   le sue parole che voglio dire la mia, una testimonianza bella, vera e profonda che va oltre il pregiudizio e il dito puntato contro, non perché penso che la mia opinione sia fondamentale, ma perché penso che capire sia più forte del sindacare a priori, esprimendolo attraverso le parole di chi questa lotta l’ha combattuta sul serio e, anche se alla fine non ce l’ha fatta… è incredibile come Pietro abbia vinto lo stesso:

“…mi era arrivato addosso all’improvviso quel treno in corsa del cancro assassino. Mi aveva fatto stramazzare perché io mi fermassi. Perché io riflettessi. Perché io capissi. Perché riprendessi il filo quasi spezzato della mia vita e ritrovassi lo scopo e il perché dell’esistenza. Perché ripensassi ai miei giorni marginali, che erano la maggioranza di quelli vissuti, e non li rivivessi mai più, pochi o molti fossero quelli che mi restavano. Perché finalmente realizzassi che il valore della vita non è nella vita stessa… il valore supremo è dentro le piccole cose che compongono il quotidiano, il qui e ora, alle quali non diamo mai importanza, o ne diamo troppo poca. Perché sprechiamo il valore delle cose che contano veramente. Perché ci arrabbiamo e ci perdiamo dietro inutili discussioni, fangose polemiche, patibolari decisioni. Perché pensiamo che il bello e il buono sono sempre altrove, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi… perché il buono delle cose non è mai così nascosto da non riuscire a scorgerlo, a vederlo, ad assaporarlo…ma quando uno sta bene e ritiene di essere immortale…su queste minime cose non si sofferma mai. Ho sprecato una sera, un incontro, un’amicizia, un’ora? E chi se ne frega…quel bel libro lo leggerò quest’estate… quella mia amica in difficoltà la consolerò dopo, ora confuso come sono per il mio lavoro non saprei nemmeno farlo bene. Il rapporto con questa persona che mi sembra molto in gamba e che potrebbe insegnarmi delle cose lo coltiverò appena trovo un attimo di tempo.

Ho tempo, ho tutto il tempo che voglio.

Poi un pomeriggio, durante un normale controllo medico, vi fanno una lastra e scoprono…che vi siete beccati un brutto cancro, uno di quelli che ad ammazzarvi non ci mette più di tanto…e allora la vita traballa, smotta, sbanda, deraglia…

…verità o meno, fine dei miei giorni sulla Terra o meno, io ero felice, perché mi sembrava di avere capito. Il tumore era un male orrendo che voleva mangiarmi fino ad uccidermi. Ma da quel male, da tutto quell’abisso di paura e dolore, poteva venire fuori un gran bene per me. Ero stato un predestinato alla comprensione delle cose. Potevo aiutare gli altri a capire. A non avere paura. Potevo, e dovevo, lottare per soccombere il più tardi possibile. Questo era il messaggio: non cedere,  non mollare, non avere timore. Questo era anche il messaggio per gli altri: non cedete, non mollate, non abbiate timore. Questa, solo questa, era la verità.”.

La verità di Pietro che è meravigliosa portare avanti.

Non cediamo, non molliamo, non abbiamo timore.

The FAm 

#mangiascriviama

CHIARA E QUELLA GAMBA CON CUI CUI INSEGNA A VIVERE

 

Chiara ha 18 anni, è bella, bellissima, così tanto da essere stata selezionata fra le partecipanti della prossima edizione di Miss Italia. È giovane, spigliata, bruna, ha tanti sogni e progetti nel cassetto e una protesi al posto di una gamba.

Così, diciamola proprio per come è, senza fronzoli e tanti giri di parole che tanto non servono a niente. Potremmo perderci in note di encomio e compassione mascherata da finta stima, ma non servirebbe a nulla: Chiara all’età di 12 anni ha avuto un brutto incidente stradale che l’ha portata all’amputazione dell’arto. Questa è la versione dei fatti e siamo sicuri, pur non conoscendola, che Chiara è esattamente così che racconta il tutto, come quando racconti un aneddoto che ti è capitato e pensi cose del tipo “ma perché proprio a me?” “ma ti rendi conto di cosa mi è successo?”…e via dicendo. Ma poi te ne fai una ragione.

Certo, perché la vita va avanti, anche e soprattutto senza una gamba, se pensi che in quell’occasione avresti potuto perdere la vita, perciò piangi, ti disperi (come è anche giusto che sia) pensi cose bruttissime ma arriva un momento un cui scegli se morire dentro o vivere fuori.

Chiara, che ripetiamo per i più distratti, al momento del fattaccio aveva 12 anni e probabilmente una famiglia solida a sostenerla, ha semplicemente scelto di vivere fuori. Ha guardato la gamba che le mancava, ma poi si è concentrata su quello che le rimaneva: un corpo perfettamente funzionante e una testa pronta ad affrontare il mondo. E mangiarselo, quel mondo.

Tant’è che Chiara cresce, si abitua alla protesi così bene non solo da camminarci con naturalezza, ma da sfilarci.

Chiara sfila e “fluttua”, va oltre le dicerie della gente, non se ne frega della protesi che stona con gli abiti o il costume del défilé, perché lei lo sa che oltre ad un corpo spettacolare (pur senza una gamba!) lei ha una testa pensante che può motivare se stessa e chi ha qualche difficoltà simile alla sua ad emergere, a non arrendersi, che la vita è una e insomma! “CHISSENEFREGA” di una gamba in meno se per sfilare ne basta una!

Ed i fatti sembrano darle ragione, nel corso di quest’anno Chiara passa le selezioni per candidarsi a vincere il titolo di “Miss Italia 2018” e quindi la macchina mediatica che implica la partecipazione a questo concorso si mette in moto: shooting, interviste, promozioni e le inevitabili anticipazioni sulle partecipanti che, nel tempo del web e delle notizie volanti, impiegano un battito di ciglia ad arrivare alle masse.

Di certo la partecipazione di Chiara non passa inosservata, e forse è anche giusto così: in fin dei conti lei ha sempre dichiarato di voler fungere da “stimolo”, dare una scossa, perciò in questo senso questa pubblicità non fa altro che favorire Chiara non nella sua partecipazione alla manifestazione di bellezza, ma in quello che dovrebbe essere il raggiungimento di un suo obiettivo che riguarda la sua storia personale, il condividere un’esperienza che l’ha portata ad essere quella che è e che non ha mai nascosto al mondo. Perciò, ben venga questo esempio, a nostro dire, positivo.

Ecco. A nostro dire, però.

Perché il mondo si sa, è bello perché è vario, anzi no, in questo caso è brutto, bruttissimo perché vario.

Pur rispettando le opinioni di tutti, a noi risulta davvero troppo difficile porci super partes e non schierarci TOTALMENTE dalla parte di Chiara in questa vicenda di certo nota ai più: sotto un post condiviso sui social in cui si invitavano le persone a sostenere Chiara nel suo percorso a Miss Italia, alcuni haters (adesso si chiamano così, a noi vengono in mente appellativi meno internazionali e un tantino più cattivi per definirli) una su tutte, tale signora Improta, hanno commentato con frasi offensive la partecipazione della ragazza al concorso, sostenendo che sarebbe stata votata solo perché “storpia”.

Chiara da parte sua, con estrema eleganza ed educazione, ha ribattuto affermando di essere molto dispiaciuta per la signora, in quanto a lei manca di certo una gamba, ma a questa signora mancava un cuore e un’anima.

Ora… ci siamo ripromessi di mantenere un’allure pacata, quindi sorvoleremo sulle parole che vorremmo rivolgere a signora e soci ma, cercheremo di esporre il nostro punto di vista a sostegno di Chiara, del suo coraggio e della sua educazione con toni civili e autentici (prendendo ad esempio proprio lei e la sua risposta che mette tutti a tacere) senza abbassarsi ai livelli bassi di chi sparla senza criterio.

Sono tempi difficili, estremamente infiammati da aure di cattiveria gratuita, è quasi come se grazie al web e all’istantaneità comunicativa che permette, ognuno si senta autorizzato ad esprimere un parere. Per carità, anche noi blogger usufruiamo di questo privilegio e siamo i primi a non volerlo togliere a noi e agli altri, ma seguendo un principio di rispetto e condivisione di pensieri puliti e veri, che possano essere stimolanti e produttivi, che rappresentino un innesto di riflessione che poi prenderà la piega che meglio si addice al modo di pensare e vivere di chi recepisce il messaggio. Proprio come forse Chiara intende fare partecipando a Miss Italia ed essendo la prima ragazza “diversamente abile” che lo fa.

Fornire spunti di coraggio, esempi umili di diversi approcci alla vita.

Riflessione alla vita. Non alla cattiveria gratuita.

Scrivete, leggete, pensate in modo indipendente e createvi un credo libero che rispetti l’altro, il diverso, il simile, il codardo, l’eroe, il finto divo, il campione…ma usate il web per confrontarvi e non giudicare.

Questa non è una predica. È una delle tante verità. Ma è la nostra e forse anche quella di Chiara.

Lanciare offese senza senso e giudicare “storpia” una persona meritevole perciò solo di compassione e non di lode, è un atto vile che denota un’infelicità che porta noi ad avere pena di voi, non il contrario.

Continuerete a marcire dentro se non realizzerete la pochezza delle vostre azioni e avrete solo una tastiera per amica, l’unica cosa che vi asseconderà nei vostri “deliri da onnipotenza ingiustificata” da leoni da tastiera. Ma finirà. E sarete miseramente soli.

Non difenderemo Chiara (che è stata benissimo in grado di farlo da sola) ma sosterremo per sempre la sua battaglia e quella di tante altre persone che se ne infischiano delle difficoltà finché c’è una speranza, se ne sbattono delle critiche che ricevono perché la vita è la loro e guai se dessero peso a certe malelingue… finirebbero per soccombere non alla propria disabilità, ma alla cattiveria del genere umano.

Ma per fortuna il mondo è bello, in alcuni casi, perché è vario.

Chiara parteciperà a Miss Italia, sfilerà, risponderà alle domande, sorriderà in barba alle critiche di certi decerebrati e dimostrerà che di “storpio” al mondo c’è solo lo sguardo vuoto di chi non riesce a vedere oltre una protesi al posto di una gamba… perché noi ti abbiamo visto sorridere Chiara, e anche se non vincerai, il tuo sogno di essere d’esempio e non farti abbattere dagli ostacoli lo hai realizzato. La tua corona è un po’ quella protesi che ti ha permesso di andare avanti nonostante tutto e tutti e ti eviterà, scendendo le scale, quel maledettissimo dolore dei tacchi almeno su un arto, se vogliamo proprio girarla a sfottò e credere che in questo sarai avvantaggiata! Naturalmente scherziamo Chiara, ma sappiamo che se leggerai questo articolo su questa nostra battuta ti ci farai una risata! 

E per noi, sarai bellissima così.

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The FAm

#mangiascriviama

DONNE, UOMINI, SEGRETI E PAURE: QUANDO IL CUORE VA IN BLACK-OUT

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“…Asseconderò ogni tua perversa inclinazione,

proverò ad interpretare ogni tuo malumore,

sarò pronta accanto a te quando verrà il momento,

quando il tempo ti restituirà quello che hai dato…”

Ho ricevuto due confessioni importanti grazie a questo blog, due ragazze che chiedevano delucidazioni riguardo un loro stato d’animo: come sempre, c’entra l’amore, come ci fa sentire e a cosa può portare. Di certo questo non è un angolo tipo “Posta del cuore” e di sicuro sono l’ultima persona in grado di risolvere i problemi della gente…ma se leggendo queste righe chiunque sarà in grado di trarne un po’ di conforto, be’…la mia parte l’avrò fatta, non solo per voi, ma anche e soprattutto per me stessa.

Non entrerò nei particolari, quelli sono preziosi e di chi li vive, non riporterò spezzoni dei messaggi o delle risposte, ma mi limiterò a dare un parere che trae spunto dalle mie esperienze; senza ombra di pregiudizio o dita puntate contro, o pulpiti da cui acclamare quella o quell’altra strategia di comportamento.

Perché ragazze, le strategie, in amore, sono una cazzata. 

O perlomeno, lo sono laddove i presupposti per una storia siano solidi. Tutti ormai sappiamo che l’amore, quello sano, amplifica il nostro raggio di emozioni e non lo costringe ai diktat del singolo: l’amore sano abbraccia ogni sfaccettatura dell’altro e ne accarezza i limiti, l’amore vero ti dice: “ ok, va tutto bene; anche i tuoi spigoli, non ti chiederò di smussarli, ma di aiutarmi a sfiorarli senza urtarli, in modo che né io, né tu potremo farci del male”.

Così non sembra essere per F.,  bella, giovane e piena di vita, innamorata del suo ragazzo, che però ha un figlio con un’altra e una testa da Peter Pan riuscito male. Lui va, torna, poi scappa, ed ogni volta che lo fa è per l’estrema gelosia di lei (a suo dire!)…lei che non lo lascia libero di esprimersi nel suo essere uno “spirito libero” (povero!)…lei che così facendo gli fa rivivere i “traumi” che lo hanno portato a chiudere la sua storia precedente.

Ora, io non voglio necessariamente prendere le parti di F. in quanto donna, anzi, vi dirò, trovo il suo perseverare in una storia che parte con radici marce alquanto infantile (e non per la presenza di un figlio avuto da una relazione precedente, anzi! Spesso sono eventi come questi, così belli nel loro far raggiungere una tappa di vita in più come può essere il diventare padre, ma che purtroppo portano lo stesso al fallimento di una relazione, che fanno “innescare” dei cambiamenti autentici ad un certo punto)…ma mi viene più facile comprenderla: un po’ perché ci siamo passate tutte, alzi la mano chi non ha mai portato avanti una storia pur sapendo che non avrebbe potuto avere uno e un solo epilogo: una morte lenta, lunga, dolorosa e agonizzante. Eppure è sempre lì, in fondo alla nostra testa che sbatte al muro mentre recitiamo la parte della fedele compagna/fidanzata/mogliettina perfetta…eccola la speranza che lui cambierà! Arriverà sul destriero bianco e in calzamaglia blu cobalto, ci porterà nel castello di Eurodisney a dare da mangiare agli uccellini che si adageranno sulla ringhiera della nostra stanza patronale con vista sul bosco incantato.

Stop.

Fermatevi alla calzamaglia blu cobalto che già ci dovrebbe convincere ad andare da uno bravo. Ecco F., tu sei a quel punto lì della tua personalissima favola d’amore che, come in una parte del messaggio che tu stessa mi hai scritto, sai benissimo diventerà un horror Made in china. 

Lui è ancora prigioniero delle sue aspettative di ragazzetto figo che muta travestendosi da maschio alpha, ma tu F., tu! Tu hai una marcia in più; riesci in rari momenti di lucidità a vederlo per quello che è: un uomo che non riesce a renderti felice. E anche questo è un atto d’amore: verso noi stesse.

Ma non illuderti, non sei ancora pronta per chiudere definitivamente questa relazione è voltare pagina. Me ne accorgo e soprattutto te ne accorgi mentre, fra le lacrime, mi scrivi che durante i periodi di “mutismo” che intercorrono fra le vostre litigate e i riavvicinamenti, stai ore e ore a fissare il cellulare in attesa di un suo messaggio (tranquilla! Non sei sola a farlo! TUTTE lo facciamo!) mentre siete in un momento di intimità speri che ti guardi e ti dica che ti ama, ti ama ancora e forse più di prima, ma certamente più di quanto amasse la compagna precedente che comunque amerà sempre un po’ perché madre del figlio e allora tu? Sarai sempre l’eterna seconda?

No F., tu non sarai la seconda, ma nemmeno la prima. Sarai semplicemente F. ed io credo al tuo lui (giusto in questo!) quando ti dice che tu sarai unica nel tuo essere la donna che ora è al suo fianco.

Sei tu che hai bisogno di un po’ di consapevolezza in più da questo punto di vista e non sarà certo lui che riuscirà a dartela, perché nel suo voler perseguire uno stile di vita “libero” non riesce nemmeno a ritrovare se stesso. Forse tu non sei ancora pronta a chiudere questa storia, ma di certo sei pronta per iniziare un percorso di crescita e scoperta personale per te. Attraverserai momenti di alti e bassi, cadrai, ti alzerai, piangerai, riderai, insomma, farai quello che facciamo tutti e sono certa che arriverà il giorno che saprai cosa fare di questa storia. Io non sono in grado di dirti qual è il modo, se iniziare un percorso di analisi, o ampliare il tuo giro di conoscenze, trovarti un hobby, iniziare un percorso di meditazione… questo spetta a te scoprirlo! E nel cercare un modo per ritrovare te stessa, vedrai che inizierai un viaggio interiore straordinario.

Ma parti, non stare ferma.

Vola.

“…’Cause everybody knows

The thing she does to please

She’s just a little tease

See the way she walks

Hear the way she talks…”

Trad.:

Perché tutti sanno (è una donna fatale)

Le cose che fa per piacere (è una donna fatale)

È solo una piccola smorfiosa (è una donna fatale)

Guarda come cammina

Senti come parla

Diversa situazione, ma stessa fase di “stasi” per C., indipendente e così abituata a star da sola da respingere ogni tentativo di relazione che potrebbe evolversi in qualcosa di costruttivo.

Ribadisco, senza entrare nei particolari di chi scrive, e reiterando con forza il concetto che per risolvere i nostri vissuti interiori esistono figure preparate e molto più congeniali di me, e qui io vi offro solo il mio parere onesto e “interessato”: nel senso di solidale nei confronti di donne che non si arrendono nonostante gli sbagli, nonostante i dolori, nonostante i “NO” e le troppe porte chiuse in faccia. Come una vostra pari, insomma.

Mia cara C., è evidente dalle tue stesse parole (“…fuggo dai mostri del mio passato che hanno inaridito la parte più fresca di me, la stessa che si risveglia quando c’è l’amore…”) che tu hai bisogno di fare i conti con un passato ingombrante che troppe volte ha influito sulle tue scelte. Ne sei consapevole e sai benissimo che la risposta è dentro di te: chiudi il cerchio delle sofferenze passate, apri un varco per uscirne fuori: quella freschezza che ricerchi nell’amore ha bisogno di una crepa da cui filtrare, questa armatura che porti è ormai troppo pesante per proteggerti l’anima; solo facendole percepire aria nuova l’aiuterai a rigenerarsi. 

Sei molto più forte di questa armatura che ti sei costruita C., anche perché te la sei creata tu partendo dai tuoi stessi punti di forza: una carriera sfavillante, la soddisfazione di avercela fatta in un ambiente prettamente maschilista… però ora queste “colonne d’Ercole”, seppur fondamentali, non bastano più. Non saranno solo queste basi  a farti vincere la tua personalissima lotta con la vita di tutti i giorni, ma la tua voglia di riuscire a ritrovare il sorriso in un’emozione condivisa, che nascerà spontanea, da uno stato di benessere improvviso che non deriverà da un contratto straordinario ottenuto con un’abile strategia di marketing, ma solo da una ventata di aria fresca sul tuo cuore.

Perché sì C., lo hai ancora un cuore (questo per rispondere alla tua domanda rivoltami nella mail) e non solo per i tuoi infiniti atti di beneficenza (quella è generosità e senso civile) ma perché io lo sento battere dentro le tue parole, così dense e cariche di un immenso amore per la vita e tutte le sue sfumature; sarà per il lavoro che faccio, ma ho imparato a leggere fra le righe…e raramente mi sono sbagliata. Questo cuore batte e ha voglia di correre.

“… sono diventata questa, senza neanche accorgermene”

Ecco.

Tutte diventiamo le donne che siamo senza accorgercene, spesso non riusciamo completamente a diventare le donne che vorremmo essere, ma quello è più che normale, è la vita che ti impone dei bruschi cambi di rotta e ti pone di fronte a delle scelte che ti cambiano radicalmente. Pazienza, o forse no! Fortuna! A volte questi imprevisti ti migliorano o comunque ti danno un po’ di coraggio in più che rinsalda un modo di essere.

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Eppure la cosa straordinaria è che le donne vanno avanti sempre. Ho conosciuto pochissime donne che hanno una visione della vita e di quello che sarà rivolto al passato. La maggior parte guarda con fiducia nella direzione del futuro, anche se magari in questo momento non riesce ad uscire da una situazione sentimentale difficile (vedi F.) o se non riesce a lasciarsi andare (vedi C.) e ne parla con la consapevolezza che contraddistingue le donne intelligenti che cercano di mettersi in discussione. Certo, l’incognita del tempo necessario a concretizzare determinate consapevolezze non ci è dato saperlo, ma i presupposti sono buoni.

Guardarsi dentro, spaventarsi di quello che si prova, temere di non essere capite e comunque sfondare il muro della paura di non essere abbastanza è l’atto di forza più bello che una donna possa regalarsi.

Non arrendiamoci di fronte ad uno stronzo che soppesa i nostri difetti per non rivelare i suoi, non smettiamo di combattere per lenire le ferite del passato che tornano, ma curiamole amandoci di più, non scappando, ridiamo dei nostri difetti, che l’ironia è un‘arma più forte del sentirsi inferiori e parliamo fra noi di quello che siamo e di quello che proviamo.

Possiamo essere molto di più di quello che ci fanno credere.

Anzi, vi dirò, possiamo essere molto più di quello che crediamo a volte noi stesse.  Usciamo, balliamo, viviamo e amiamo…affrontiamo tutto quello che viene e non facciamoci schiacciare dalla codardia altrui e dalla nostra.

Ogni atto di coraggio ha il suo prezzo, anche riconoscere i propri limiti e i propri fallimenti…ma amiche, vi svelo un segreto: 

Se ne esce vive. 

The FAm 

#mangiascriviama

DECALOGO PER STRONZI CHE CI PROVANO CON DONNE INTELLIGENTI

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PREMESSA: amici maschietti, questo articolo è tutto per voi! Sono sicura che sarà interessante, per una volta, ascoltare il punto di vista femminile di chi si interfaccia con voi e, per quanto la vostra natura vi porti a farvi i fatti vostri e “chissene!”, se sarete così costanti da portare a termine la lettura, sono certa che il vostro approccio risulterà infallibile.

PREMESSA 2: c’è chi fra voi si starà giustamente chiedendo “ma se una è così intelligente mica ci finisce con uno stronzo!”…ALT! Mai considerazione sarebbe più sbagliata di questa: tutte le donne nella vita sono finite con almeno uno stronzo, perché esiste il ragionevole dubbio che non si può mai giudicare senza conoscere. La stupidaggine sarebbe pensare, una volta individuato uno stronzo, che questo cambierà per amore nostro. ANATEMA.

Ma iniziamo:

  1. cari Stronzi, mai mentire ad una donna intelligente in un modo subdolo e facilmente “sgamabile”: lei lo scoprirà e se ne andrà. Voi farete spallucce inizialmente, ma poi lo sentirete quel vuoto marcio di chi non sa valorizzare se stesso stando a fianco di una persona valida.
  1. Stronzi, non vantatevi tipo Galli cedroni se una ve la da subito, o se l’avevate puntata in due nel vostro branco di stronzi e il vincitore ora è indeciso se esporre il “boxer del misfatto” in una teca di vetro illuminata a LED, o pagare da bere allo sconfitto tipo premio di consolazione. Lei se ne accorgerà e vi umilierà tirando fuori tutte le vostre imperfezioni o defallaince sessuali (perché le avrete, oh si che le avrete!) ricordandovi che se una donna intelligente decide di stare con voi, lo fa spontaneamente e non perché avete ululato più forte in un combattimento all’ultimo sangue; perché l’amore, o semplicemente il sesso, sono una libera scelta di felicità condivisa.

3)  Stronzi, non tiratevela tipo CR7 o BECKHAM dopo essere stati insieme ad una donna 

     intelligente, ma siate gentili: ogni donna, anche chi pratica una qualsiasi forma di sesso libero, 

     ha una sensibilità che riflette le sue paure. Provandoci, e anche subito dopo esserci stati,

     fategliele dimenticare queste paure: che sapete? Sono un po’ anche le vostre. Saltare da una 

     conquista all’altra vi renderà forse fighi agli occhi del branco, ma usare la sensibilità di una 

     donna senza rispettarla vi farà guardare dentro con disprezzo, perché sotto sotto, una 

     coscienza l’avete anche voi.

4) Cambiate programma qualche volta: cena – passeggiata – dopocena; sorprendetela con un 

    Teatro, un concerto, un museo, una gita fuori porta… e sorprendetevi: in un cliché diverso vi 

    piacerete di più anche voi e scoprirete che per stare bene basta un paesaggio giusto in buona

    compagnia.

5) Smettetela di giocare a fare gli “esperti di”: siete esperti di vino, di moto, di viaggi, di libri…

    blablabla…siate esperti di voi stessi e interessati a chi vi è davanti, predisponetevi ad una forma

    di ascolto sincero che vi “destrutturerà” rispetto alle vostre armature e vi libererà nel pensiero.

    Così la conquisterete di più.

6) Flirtate con buon gusto e una sana dose di cavalleria, certo! Non siate tutti “Pucci Pucci” e 

    cuoricini, perché queste cose per una donna intelligente sono svilenti e precludono un 

    confronto alla pari dove dirsi cose romantiche è una decisione consapevole che porta l’altro

    a stare meglio, non un atto dovuto tipo la recita della poesia a Natale.

7) Gli sguardi languidi solo se siete Johnny Depp dei tempi migliori, altrimenti il risultato sarà solo

    uno sguardo alla Pierino che spia dal buco della serratura. Le donne intelligenti vanno guardate

    dritte negli occhi: è lì che nascondono quello che sentono.

8) Bannate frasi tipo “che buon profumo!” “Quello che mi ha colpito più di te sono gli occhi!”…

   …la testa. Quello che vi deve colpire di una donna intelligente è il modo di ragionare, di sorridere

  alla vita, di parlare senza remore…non qualcosa di fisico! È chiaro che è scattata una sorta di     attrazione, altrimenti non avrebbe senso il vostro essere lì, ma vi prego: NON SIATE SCONTATI.

9) Nessun commento fuori luogo sull’outfit scelto per la serata: avrà certamente perso tantissimo 

    tempo a scegliere cosa indossare (in questo noi donne siamo tutte uguali) ed un evergreen 

    come “sei bellissima” guardandola negli occhi alla Richard Gere maniera in Pretty Woman è

    sempre la cosa giusta da dire. SOLO SE LO PENSATE DAVVERO PERÒ! Lei capirà se le state

    mentendo, perciò, in caso di non apprezzamento del look, limitatevi a sorridere e tacere.

10) UNO STRONZO È SEMPRE UNO STRONZO. 

     Non cambierà, a meno che la vita non lo schiaffeggi così forte da fargli capire che ad essere 

     Stronzi con le donne non ci guadagnerà niente. Vi ritroverete soli, con gli amici di sempre che 

     si saranno scocciati delle vostre imprese e non vi prenderanno più sul serio, ripenserete a quel

     sorriso di una sera di qualche anno fa, e non vi ricorderete del sesso che c’è stato dopo, ma vi

     mancherà quella risata aperta, quello sguardo vivace di chi sapeva capire e vi chiederete cosa

     è rimasto di tutto il tempo che resta.

Solo che quella donna sarà andata avanti, e a voi non resterà che il ricordo.

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The FAm

#mangiascriviama

UNA STORIA SICILIANA: fra pioggia, mare e “Cocciu d’amuri”

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È stata una settimana intensa ( sia a livello metereologico che di cose da fare )… mi trovavo nella zona di Palermo e i nubifragi l’hanno fatta da padrone…

…fra un allagamento e l’altro, fra una corsa sotto la pioggia ed una granita con brioche con tuppo, mi sono ritrovata a vivere la storia che oggi vi voglio raccontare.

È una storia di amicizia e profumi che si dispiega fra le note di una canzone d’amore e che come una culla ti trasporta nei giorni che passano.

Ho vissuto in una strana dimensione questa settimana. Mi capita spesso in Sicilia a dir la verità, ma abituata a vederla solare e colorata, il viverla quasi malinconica sotto temporali inclementi, mi ha regalato nuove e strane sensazioni. 

Bella gente i Siciliani: volitivi, straordinariamente umani nello sguardo abituato a scorgere oltre il mare, attaccati alla loro terra in modo forte e radicati alle loro usanze con orgoglio e voglia di portarle avanti. Sorridono i siciliani; non sono come noi calabresi, un po’ crucciati dal nostro essere spesso terra di passaggio e mai di arrivo, così testardi nel nostro non voler andare oltre l’asprezza delle avversità della nostra regione. Dovremmo imparare dai siciliani ad essere aperti negli occhi e nelle braccia. 

La settimana scorsa vi avevo parlato di quattro amiche che si accingevano ad esplorare luoghi bellissimi e profondi, con la forte convinzione che la vita è un viaggio che sa sempre portarti nei posti giusti se siamo in grado di ascoltare noi stessi.

Be’ di esplorazione si è certamente trattato: le avversità climatiche ci hanno portato ad affrontare questa vacanza con spirito di avventura e di “stato di allerta” (un attimo sei in barca col sole ed un secondo dopo ti ritrovi in mare grosso a battere i denti dal freddo!)…ma questo pezzo di vita ci ha letteralmente “teletrasportato” in una dimensione vacanziera decisamente vintage, dove i cellulari prendevano poco o nulla, la gente perciò ha avuto la fortuna di guardarsi negli occhi e magari decidere di passare il tempo giocando ai mimi o passeggiando insieme, approfittando di un attimo di sereno, per poi correre alla prima goccia che preannunciava un temporale in arrivo.

La pioggia, ahimè, è stata una costante di questi giorni… ma non importa.

La Sicilia è bella uguale. È come una bella donna che anche nei momenti di tristezza tira fuori un’altra sfumatura di femminilità: anche se piange, hai solo voglia di accarezzare quelle guance bagnate ma che definiscono un volto bellissimo.

La Sicilia è una donna che non si dimentica. E che sa farsi amare tanto nella gioia che nella malinconia.

Questo non è un articolo su un viaggio da fare, posti da vedere, alberghi o b&b da prenotare, cose da mangiare… questa, come tutti i miei articoli, è semplicemente un’altra  storia da raccontare, un pezzo di vita da condividere, una parte di strada che porta a noi stessi.

Non ho nulla da dire se non che chi non è mai stato in Sicilia non può dire di aver vissuto davvero: qui il mare ti circonda e il sole ti bacia, la gente ti accoglie e l’aria ti profuma.

C’è stata una canzone che ho avuto la fortuna di ascoltare in un momento di noia e che mi ha regalato una “culla” a cui abbandonarmi mentre vedevo posti nuovi di cui innamorarmi e soprattutto cercavo le mie risposte.

Una canzone d’amore che esalta la bellezza di chi sa lasciarsi andare alle emozioni più intense e vere… come questa terra che da sempre amo e che fa parte della mia vita.

Quando siete giù, prendete un qualsiasi mezzo e andate in Sicilia: attivate i sensi, apritevi alla bellezza e ascoltate “Cocciu d’amuri”  di Lello Analfino.

Dopodiché, non vi resta che vivere.

The FAm

#mangiascriviama