DALLE PAROLE AI FATTI: ecco perché il “Modello Riace” non piace (a chi non sa agire)

IMG_1699.JPG“La Guardia di finanza ha arrestato e posto ai domiciliari il sindaco di Riace, Domenico Lucano, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. L’arresto è stato fatto in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica. Sono cadute tutte le contestazioni più gravi inizialmente ipotizzate dalla procura di Locri, fra cui malversazione, truffa ai danni dello Stato e concussione, e in un passaggio del provvedimento del gip di Locri si legge che “La gestione dei fondi è stata magari disordinata, ma non ci sono illeciti e nessuno ha mai intascato un centesimo.” Al sindaco e alla compagna, Tesfahun Lemlem, destinataria di un divieto di dimora, viene contestato di aver forzato le procedure per permettere ad alcune ragazze di restare in Italia, attraverso matrimoni di comodo. Per il momento non si sa quanti siano gli episodi contestati.” (The vision, pubbl. 11:03 dell’1/10/2018).
Avete mai fatto un giro per le strade di Riace? Quello che tempo fa era solo un paese semi-deserto, quasi fantasma, oggi pullula di risorse e vitalità civile all’interno di un contesto rurale di rinascita in cui integrazione ed economia in ripresa la fanno da padrone.
Così, in modo assolutamente sintetico, voglio spiegarvi quello che è Riace oggi ,in un momento di politica atta spesso all’allarmismo ingigantito e che cavalca l’impatto delle fake news sulle masse, Riace rappresenta la dimostrazione in terra che un altro modo di risolvere le emergenze umanitarie esiste: non serve lasciare al largo per giorni barconi stracolmi di uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre, usandoli come “armi di ricatto” per ottenere attenzione e considerazione politica all’estero.
Il sindaco Mimmo Lucano, al suo terzo mandato, già nel lontano 1998 (parliamo di 20 anni fa, quando l’effetto Salvini sulle masse era latente ma ancora lontano dall’esplodere) accolse un gruppo di rifugiati curdi e anziché smistarli come carne da selezionare, li accolse e fece integrare all’interno di un contesto cittadino al tracollo demografico ed economico: li sistemò con l’aiuto della Croce Rossa nella Casa del Pellegrino, un rifugio del Paese gestito da un’associazione religiosa e da lì…la svolta.
Se allora Riace contava circa 900 abitanti, da quel lontano 1998 la popolazione è quasi raddoppiata; -sarà pieno di immigrati!- penserete, e invece no. Gli stranieri sono circa 400, meno della metà, mentre la restante parte è costituita da italiani rientrati nel loro paese d’origine, invogliati da una ventata di aria fresca umana e di ripresa monetaria.
Si, perché il “sistema Riace” fa parte del sistema Sprar (Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati). L’accoglienza in Italia opera su due livelli: c’è il sistema degli hotspot e dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), nati per sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti dagli enti locali. Questa fase è gestita dalle prefetture locali, che seguono le direttive del Ministero dell’Interno. La seconda fase di accoglienza è invece quella relativa al sistema Sprar, una forma unicamente italiana basata sull’adesione volontaria dei Comuni a progetti di accoglienza sul territorio. Il modello Riace fa parte di questo secondo livello, sebbene non sia l’unico: i dati di luglio evidenziano che oltre 1200 comuni italiani hanno aderito al sistema con diversi progetti. Quella di Riace è però senza dubbio una delle realtà più strutturate ed è anche per questo che nel corso degli anni ha fatto il giro del mondo.
Se infatti molte iniziative di questo tipo in giro per l’Italia mascherano forme di sfruttamento, chiedendo agli immigrati un lavoro “volontario” e non retribuito, a Riace il lavoro è tale a tutti gli effetti, stipendiato. Il team del sindaco Lucano ha infatti messo in piedi un sistema alternativo per utilizzare i fondi stanziati dal governo per l’accoglienza dei rifugiati. Sono stati creati due strumenti finanziari ad hoc, attraverso cui superare l’approccio meramente assistenzialista dell’accoglienza. Le “borse lavoro” costituiscono una paga fissa versata dall’amministrazione comunale alle cooperative che a loro volta la girano alle persone immigrate impiegate nelle botteghe da loro gestite, sotto forma di salario. I “bonus” sono invece una sorta di coupon spendibili sul territorio comunale, così da dare potere di acquisto agli immigrati e allo stesso tempo stimolare i consumi e dunque l’economia locale.
Camminando per le strade di Riace è tutto un susseguirsi di botteghe di artigianato del luogo e multietnico, strade colorate di volti diversi ma legati da un senso comune di appartenenza non ad un semplice territorio, ma ad un luogo da chiamare “casa” senza distinzioni di colore, lingua o religione.
È così che Riace è diventata famosa in tutto il mondo e non solo per essere stata il luogo di ritrovamento dei famosi bronzi, ma anche e soprattutto per un esempio di convivenza civile e multiculturale quasi utopica al giorno d’oggi, e grazie al coraggio di un uomo come Lucano che con gesti d’amore semplici e concreti l’ha resa reale e possibile.
Il sindaco di Barcellona, De Magistris, Saviano, la Rai (che realizzerà una fiction ispirata ai fatti di Riace che non verrà però poi mandata in onda) giungono in visita a Riace e lo stesso Papa Francesco cita Lucano come “esempio da seguire”, mentre la rivista Fortune nel 2016 lo inserisce fra i 50 uomini più influenti del mondo.
Tutto questo clamore che, da calabrese, mi rende fiera perché per una volta nel mondo veniamo citati come esempio positivo e di sguardo al futuro, porta inevitabilmente il modello Riace ed il suo principale ideatore ad essere malvisto da chi specula sul fenomeno dell’immigrazione, e con la giustificazione della sicurezza o del “ci rubano il lavoro” tentano di manipolare le menti al fine di sporcare di brutto un’iniziativa che meriterebbe solo lodi.
Prima ci si è messa la criminalità organizzata locale: l’auto del sindaco bruciata, la porta del ristorante gestito dalla cooperativa colpita con proiettili, fine destinata anche all’ingresso della sede di Città futura (questo il nome dato al progetto d’accoglienza del comune). Poi le intimidazioni velate della politica, su tutte quelle del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “Per me il sindaco di Riace è uno zero,” ha dichiarato a giugno.
Ma i veri problemi hanno riguardato la questione dei fondi. Da anni, infatti, i soldi del programma di finanziamento governativo non arrivano nelle casse dell’amministrazione locale e le attività vanno avanti a credito. “Dal maggio 2016 non riceviamo un euro dalla Prefettura, per lo Sprar invece non arrivano fondi da un anno,” ha spiegato Mimmo Lucano. Senza quei fondi, c’è il rischio che finiscano in strada 165 rifugiati e circa 80 operatori. Altri problemi potrebbero poi riguardare anche i cittadini – italiani –  di Riace che hanno fornito beni, prevalentemente alimentari, e da più di un anno non si vedono pagato il credito accumulato, a causa proprio del blocco dei finanziamenti.
Tutto nasce da questioni burocratiche. Nel 2016 un ispettore della Prefettura di Reggio Calabria compila una relazione sul modello di accoglienza del paese, dando una valutazione negativa per criticità negli aspetti amministrativi e organizzativi. È in quel momento che inizia la crisi di Riace, che passa dal blocco dei finanziamenti e dall’iscrizione del sindaco nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata. Si parla di errori nella rendicontazione delle attività di accoglienza e si contestano le modalità di erogazione dei soldi agli abitanti stranieri del paese – il sistema delle borse lavoro e dei bonus. Eppure è la stessa Prefettura di Reggio Calabria che in due ispezioni successive – datate inizio 2017 ma diffuse solo nel febbraio del 2018 – ribalta la sua relazione precedente. “Si ritiene che l’esperienza di Riace sia importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene della regione,” è scritto nelle conclusioni, dove si richiede anche il versamento all’amministrazione locale degli arretrati in acconto.
Si arriverà anche a gesti estremi (il recente sciopero della fame dello stesso Lucano) per portare ad uno sblocco (parziale e non totale al momento) dei fondi.
E ad oggi oltre il danno, la beffa.
Ora, se Lucano è un criminale, lo sono anche io. Così come lo sono tutte quelle persone che credono nella politica dell’accoglienza e dell’integrazione umana. C’è solo una sostanziale differenza fra Lucano e tutti quei predicatori che si riempiono la bocca di belle parole nei salotti televisivi e nei comizi autocelebrativi nelle Piazze: Mimmo Lucano è un uomo che agisce, che concretizza progetti di inclusione e bellezza sociale laddove molti ipotizzano catastrofi ai limiti del razzismo.
E questo, nel periodo del “prima gli italiani” anziché “con e per gli italiani” non può funzionare.
O meglio…non gli permettono di farlo funzionare.
Perché il punto è davvero tutto qui: il modello Riace funziona, e alla grande! E quindi va cancellato.
Resettato, fatto fuori, e se è necessario anche sporcato di vergogna (l’arresto di oggi ne è una valida dimostrazione).
In molti in queste ore si stanno mobilitando con iniziative di solidarietà al sindaco ed io mi auguro che in primis un atto di coraggio e lealtà politica venga proprio da quelle istituzioni che lo hanno biecamente ed ingiustamente condannato o, peggio ancora, abbandonato.
“Svegliatevi italiani, brava gente…” tiriamo fuori un onore di uomini leali e dignitosi e non giriamo la faccia dall’altra parte rispetto ad un’accusa così grave ed infamante gettata sul capo di un uomo onesto e di larghe vedute che ha solo due “colpe”:
– non averlo mai chinato, quel capo;
– Essere riuscito laddove l’Europa capitalista e dimentica dei bisogni umani ha fallito.
Per una volta, cerchiamo di essere quello che a parole ci dipingiamo tutti: delle persone corrette. E dimostriamo pieno appoggio a Lucano, alle sue iniziative e alla sua persona.
Tiriamo fuori il Mimmo Lucano che c’è in noi e, almeno oggi, passiamo dalle parole ai fatti.

The FAm
#mangiascriviama
(Grazie ai colleghi del blog “the Vision” dal cui articolo sull’argomento abbiamo attinto per i dati relativi a questa triste vicenda)

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