LA PAURA DELLA PAURA… O DEL CORAGGIO?

9431A637-7DF2-47F2-AA53-080A45CFD2A4

In questi giorni imperversa sul web e non solo la polemica relativa alle dichiarazioni di Nadia Toffa  in merito alla sua personale battaglia contro il cancro che da un anno circa a questa parte la sta mettendo a dura prova.

“Personale” è il termine chiave di tutto, secondo me. 

Ma su questo tornerò più tardi.

Nadia, donna intelligente e dinamica tanto nel lavoro quanto nella vita (immagino, dato il carisma dimostrato sia in questo caso che nei servizi de “Le iene” che l’hanno vista protagonista) è stata aspramente criticata per una dichiarazione in particolare, quella dove sosteneva che il “cancro sia un dono”.

D’istinto, ci verrebbe da dire “Nadia, ma che cazzata stai a di’?”… e vi giuro che devo averlo anche pensato ad alta voce mentre leggevo i vari articoli… e allora eccola lì, la sensazione di fastidio che ci autorizza a sentirci superiori, a sindacare sulle affermazioni di questo e di quello, a fare paragoni con Tizio e Caio, che tutti abbiamo avuto una persona a noi più o meno cara, se non addirittura noi stessi, a cui questo male terribile è capitato così, all’improvviso, e ci ha devastato, ci ha dilaniato, lasciandoci più o meno impotenti di fronte all’inconsistenza delle cure che purtroppo a volte non bastano (ma servono sempre!) oppure ha generato in noi una rinnovata voglia di vivere che era sopita dal ripetersi dei giorni tutti uguali…insomma, chi più chi meno, tutti abbiamo avuto a che fare col cancro e tutti ci siamo sentiti “pungolati” da questa affermazione così dirompente.

E mentre seguivo il filo conduttore dei miei pensieri, mi sono ricordata che la “fonte” di questa frase era non solo Nadia Toffa, il personaggio televisivo, ma anche e soprattutto Nadia, malata (e non per sua scelta!) di cancro, quello stesso cancro che lei andava definendo un dono.

E allora mi sono chiesta: “perché?”; e cercando il più possibile di sviscerare il ragionamento che ne è conseguito da influenze personali, mi sono data una risposta: forse chi si sente in grado di dire una cosa del genere, nonostante stia combattendo una battaglia contro la morte, sceglie inevitabilmente di trasformarla in una battaglia per la vita. Forse associare un concetto di speranza a queste cure che per fortuna oggi esistono e spesso vincono, ti regala una forza che scaturisce da un amore per la vita che nemmeno sapevi di avere. Se la vedi come una seconda possibilità, forse ti senti più forte e pensandoci bene, Nadia non è né la prima né l’ultima di tanti come lei che sono stati colpiti dalla malattia, a definire questa cosa come un dono, una possibilità, quasi una risorsa.

Tempo fa lessi un libro “L’albero dei mille anni” di Pietro Calabrese, famoso e compianto giornalista, colpito da un brutto cancro ai polmoni, che scelse di “combattere il nemico alleandosici”: creò una rubrica sul periodico “Sette” dedicata all’amico Gino in cui iniziò a raccontare la sua storia di lotta e coraggio. Da questa iniziativa partirono una serie di messaggi e mail di conforto che gli diedero una forza che lo portò a sentirsi grato di tutta questa bellezza nata da una cosa così brutta.

Pietro racconta con una semplicità disarmante e allo stesso tempo avvincente il dramma di quel periodo, dalla scoperta alla presa di coscienza, al modo più delicato di affrontarlo e rendere partecipi gli amici e parenti, dalle notti insonni ai dolori lancinanti che flagellavano un corpo già dilaniato dalla chemio, fino alla rivelazione: durante una vacanza in Kenya grazie ad una pausa dalla chemioterapia, Pietro, in compagnia della moglie e di un amico, si reca in un posto carico di energia spirituale e sacro per gli abitanti del luogo, sotto un albero di baobab vecchio migliaia di anni e lì l’amico, dopo avergli comunicato il messaggio positivo e carico di sollievo contro la paura della morte che “loro” (entità superiori della natura) gli avevano trasmesso per lui, lo convince a masticare una foglia di neem (pianta guaritrice famosa in Africa).

È così che Pietro, dopo questo episodio, decide di descrivere la sua esperienza ed è sposando   le sue parole che voglio dire la mia, una testimonianza bella, vera e profonda che va oltre il pregiudizio e il dito puntato contro, non perché penso che la mia opinione sia fondamentale, ma perché penso che capire sia più forte del sindacare a priori, esprimendolo attraverso le parole di chi questa lotta l’ha combattuta sul serio e, anche se alla fine non ce l’ha fatta… è incredibile come Pietro abbia vinto lo stesso:

“…mi era arrivato addosso all’improvviso quel treno in corsa del cancro assassino. Mi aveva fatto stramazzare perché io mi fermassi. Perché io riflettessi. Perché io capissi. Perché riprendessi il filo quasi spezzato della mia vita e ritrovassi lo scopo e il perché dell’esistenza. Perché ripensassi ai miei giorni marginali, che erano la maggioranza di quelli vissuti, e non li rivivessi mai più, pochi o molti fossero quelli che mi restavano. Perché finalmente realizzassi che il valore della vita non è nella vita stessa… il valore supremo è dentro le piccole cose che compongono il quotidiano, il qui e ora, alle quali non diamo mai importanza, o ne diamo troppo poca. Perché sprechiamo il valore delle cose che contano veramente. Perché ci arrabbiamo e ci perdiamo dietro inutili discussioni, fangose polemiche, patibolari decisioni. Perché pensiamo che il bello e il buono sono sempre altrove, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi… perché il buono delle cose non è mai così nascosto da non riuscire a scorgerlo, a vederlo, ad assaporarlo…ma quando uno sta bene e ritiene di essere immortale…su queste minime cose non si sofferma mai. Ho sprecato una sera, un incontro, un’amicizia, un’ora? E chi se ne frega…quel bel libro lo leggerò quest’estate… quella mia amica in difficoltà la consolerò dopo, ora confuso come sono per il mio lavoro non saprei nemmeno farlo bene. Il rapporto con questa persona che mi sembra molto in gamba e che potrebbe insegnarmi delle cose lo coltiverò appena trovo un attimo di tempo.

Ho tempo, ho tutto il tempo che voglio.

Poi un pomeriggio, durante un normale controllo medico, vi fanno una lastra e scoprono…che vi siete beccati un brutto cancro, uno di quelli che ad ammazzarvi non ci mette più di tanto…e allora la vita traballa, smotta, sbanda, deraglia…

…verità o meno, fine dei miei giorni sulla Terra o meno, io ero felice, perché mi sembrava di avere capito. Il tumore era un male orrendo che voleva mangiarmi fino ad uccidermi. Ma da quel male, da tutto quell’abisso di paura e dolore, poteva venire fuori un gran bene per me. Ero stato un predestinato alla comprensione delle cose. Potevo aiutare gli altri a capire. A non avere paura. Potevo, e dovevo, lottare per soccombere il più tardi possibile. Questo era il messaggio: non cedere,  non mollare, non avere timore. Questo era anche il messaggio per gli altri: non cedete, non mollate, non abbiate timore. Questa, solo questa, era la verità.”.

La verità di Pietro che è meravigliosa portare avanti.

Non cediamo, non molliamo, non abbiamo timore.

The FAm 

#mangiascriviama

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...